Perchè il Guado

MorazzoneL’immagine del guado che abbiamo scelto richiama una pagina biblica: la cosiddetta Lotta di Giacobbe con l’Angelo sulla riva del fiume Jabbok (Gen 32, 22-32). Dopo aver fatto passare al di là dal torrente le mogli, le schiave, i figli e tutto quanto possedeva, Giacobbe resta solo e al calar della notte è aggredito da un «uomo che si avvinghiò con lui fino allo spuntare dell’alba». Giacobbe si difende da quello che sente come un nemico, ma poi, paradossalmente, accorgendosi che si tratta di un essere superiore in cui è presente la divinità, gli dice: «Non ti lascerò se prima non mi darai la tua benedizione». Gli chiede cioè di dargli quanto ha di buono, potremmo quasi dire che gli chiede di volergli bene e, insieme, gli rivela il proprio nome, che è come dire che gli si affida e gli si consegna. Non è difficile riconoscere la traccia e il senso di tante nostre storie. L’entrata improvvisa e violenta, nel nostro paesaggio di solitudine, di qualcuno da cui speriamo di ottenere la risposta al nostro bisogno profondo di amicizia, la ‘benedizione’ che possa aiutarci a vincere l’isolamento e l’insignificanza, una presenza che in certo modo ci aggredisce, contro cui lottiamo, perché se da una parte promette dall’altra chiede e può esigere quello che non vogliamo dare, la dialettica continua tra l’istinto di soverchiare l’altro e quello di abbandonarvisi, l’intuizione che in ogni forma di amore si fa, in qualche modo, l’esperienza della divinità e del bisogno assoluto e che quello che cerchiamo è alla fine Dio stesso. Tutto questo noi lo ritroviamo nella storia di Giacobbe al guado di Jabbok. Ma il guado è anche un’immagine che descrive un passaggio, faticoso, ma pur sempre possibile, da una riva all’altra del fiume. Gli omosessuali sono anche detti, e non certo con benevolenza, «quelli dell’altra sponda». Se ci piace l’immagine è perché vogliamo che non ci sia né antagonismo né separazione tra gli uomini, ma una costante possibilità di passaggio da una sponda all’altra, per un incontro che avviene, magari, proprio in mezzo al guado. Per noi però l’altra sponda significa soprattutto un approdo di liberazione, una terra dove poter vivere un amore purificato dall’egoismo e da tutte le ambiguità. È una speranza, questa, che ci fa muovere verso i campi dell’amicizia e della fraternità, seguendo le indicazioni del Vangelo che resta, per molti di noi, un preciso punto di riferimento. In questo senso c’è per tutti un’altra sponda verso la quale andare, insieme possibilmente, perché così la fatica si fa più leggera e, se uno inciampa, può trovare subito aiuto. Ed è per camminare insieme che il nostro gruppo continua ad esistere e ad operare.

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3 pensieri riguardo “Perchè il Guado”

  1. Ciao, qui a Genova non ci sono gruppi gay cristiani. Ed io ne sento la mancanza! Sono Andrea un ragazzo di 33 anni. E vorrei trovare amici come me. Credenti. Se ci fosse qualche altro ragazzo che desidera un’amicizia, un confronto, per favore mi contatti! E magari potremmo far nascere un gruppo anche qui a Genova…

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