I nostri testi

Parlare a vanvera

Prima giornata del VII incontro mondiale delle famiglie e prime sciocchezze.
Ha iniziato il cardinal Antonelli, già arcivescovo di Firenze, che ricordo per aver rimproverato ad alcune coppie di omosessuali credenti di non «essere aperte a un terzo». «Il triangolo no!», canterebbe Renato Zero, ma il prelato, evidentemente, intendeva altro e ha solo parlato con leggerezza. La stessa leggerezza con cui ha detto che: «La famiglia normale, composta da un uomo e da una donna uniti in matrimonio con due o più figli, è più felice».
Immagino le reazioni dei tanti figli picchiati ed abusati all’interno di queste famiglie «più felici». O immagino le reazioni di due coniugi che si odiano (ma che a detta di Antonelli restano felici) e che non divorziano solo perché hanno un paio di figli da tirare su (sempre felicemente). O ancora quelle famiglie numerose che non si possono permettere i vestiti, dei pasti decenti, gli abbonamenti ai mezzi o i libri per la scuola, solo perché la crisi sta mordendo e sta mordendo forte.
Naturalmente a queste famiglie il cardinale Antonelli ha da annunciare una lieta novella tutta sua. «Magari state male. Magari siete sull’orlo della disperazione e alcuni dei vostri componenti si suicidano. Magari pensate di essere famiglie infelici. Ma ricordate che c’è un assioma che ho scoperto io che dice che voi siete le famiglie più felici».
In realtà ci sarebbe un modo per dare qualche sollievo a molti di queste famiglie, che pur essendo più “felici” delle altre, debbono fare i conti con enormi difficoltà: basterebbe supportarle economicamente. Ma qui i cardinali latitano un po’ e, al massimo, ripetono come un disco rotto che i politici sono poco attenti ai bisogni delle famiglie, dimenticandosi che, per portare avanti certe iniziative occorrono delle risorse economiche e dimenticando, soprattutto, che una parte dei soldi che lo Stato italiano dà alla Chiesa, potrebbe essere destinata a un fondo di aiuto alle famiglie in difficoltà. Sarebbe stato bello se durante la Giornata mondiale delle famiglie qualcuno dei relatori proponesse alla Chiesa cattolica italiana di rinunciare alla quota dell’otto per mille che i contribuenti scelgono di non destinare, per creare questo fondo. Sarebbe bello, ma fino ad ora nessun ha toccato l’argomento, forse perché, quando si tratta di condividere i sacrifici che stanno facendo quasi tutti gli italiani, i nostri vescovi si comportano come tutte le altre lobby: si tirano indietro.
Di certo non l’ha toccato il cardinale Scola, arcivescovo di Milano che, dopo aver dichiarato qualche mese fa che: «Una famiglia è tale solo se poggia su tre fattori inseparabili: la differenza sessuale (uomo-donna), l’amore come dono di sé e la fecondità», ha aggiunto che solo la famiglia: «fondata sul rapporto fedele di un uomo e una donna sposati e aperti alla vita, sta al cuore del desiderio delle donne e degli uomini».
Si vede che il cardinale non va in giro per le strade e se ne sta rinchiuso negli antichi episcopi che ha collezionato durante la sua brillante carriera (prima Grosseto, quindi Venezia e infine a Milano, mosso senz’altro dal desiderio di servire la chiesa e non dall’ambizione che i maligni potrebbero vedere in questo suo vagare da una diocesi all’altra). Si vede che non va in giro per le strade ad ascoltare i problemi di quelle famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese, perché altrimenti non avrebbe rivisto in maniera così radicale quella bellissima iniziativa che il suo predecessore aveva ideato e portato avanti per aiutare le famiglie che venivano travolte dalla crisi economica. «Basta aiuti a pioggia! – sembra infatti aver tuonato Scola quando è arrivato a Milano – Non è dando un pesce a qualcuno  che lo si aiuta a uscire dalla povertà in maniera definitiva. Occorre invece insegnargli a pescare!». E così ha destinato i soldi che erano stati raccolti per aiutare chi non riusciva a pagare l’affitto o le bollette del gas a iniziative di formazione, magari curate dai suoi amici di CL, che sono così bravi nel fare corsi e nel sistemare i loro amici dando loro qualche incarico retribuito.
Dopo l’intervento del cardinal Scola uno avrebbe potuto pensare che la misura era ormai colma e che nessun altro sarebbe riuscito ad aggiungere altre superficialità su argomenti che andrebbero invece affrontati misurando le parole e pensando seriamente  a quello che si sta dicendo. A sconfessare queste aspettative, è arrivato l’intervento del cardinal Ravasi che, da ex insegnante della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, si è imbarcato in una di quelle disquisizione contorte e fumose che sono la specialità dell’ateneo di Corso Venezia. Una disquisizione da cui, a un certo punto è emersa, come un’immagine evocata da chissà quali lidi lontani, quella che il cardinal Ravasi ha chiamato la «stanza del dolore». Una stanza dove l’eminente ecclesiastico ha messo un po’ di tutto: “i divorzi”, ad esempio, dimenticando che certe volte i divorzi sono una liberazione; “le ribellioni”, dimenticandosi di tutte le donne che sono riuscite a uscire da una storia di violenza e di abusi solo perché hanno trovato il coraggio di ribellarsi; “gli aborti”, che sono senz’altro un dramma che andrebbe sempre e comunque evitato, ma che troppo spesso sono la conseguenza di una carente educazione sessuale, dovuta spesso anche a un atteggiamento complice della chiesa; “la fecondazione in vitro”, anche se qui si fa fatica a seguire il ragionamento, perché è un mistero cosa centri con la stanza del dolore una pratica terapeutica che ha come obiettivo quello di curare la sterilità; “la coppia omosessuale”, che, invece, per molte persone omosessuali rappresenta proprio l’uscita da una dimensione di sofferenza dovuta alla solitudine e all’isolamento; “la teoria del gender”, che probabilmente il cardinal Ravasi non ha ben chiaro cosa sia, perché le teorie di gender non c’entrano niente con la famiglia e semmai hanno a che fare con la percezione che la persona ha di se stessa e della sua identità sessuale; “la clonazione”; “l’omogenitorialità”; “la pornografia” e via dicendo.
Insomma, il cardinal Ravasi, in questa sua «camera del dolore» ci ha voluto mettere davvero tutto. Peccato che si sia dimenticato degli abusi sessuali sui minori che, questi sì, provocano sempre dolore e sofferenza e che, questi sì, vengono spesso consumati in quelle famiglie «normali, composte da un uomo e da una donna, uniti in matrimonio, con due o più figli» di cui parlava il cardinale Antonelli.

Gianni Geraci – Portavoce

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