I nostri testi

L’arcobaleno che il cardinal Martini ha regalato a Milano

Ieri pomeriggio, più o meno nello stesso momento in cui il cardinal Martini moriva nella sua camera presso l’istituto Aloisianum di Gallarate, sopra Milano compariva un grande arcobaleno. Non uno di quegli arcobaleni striminziti che si vedono e non si vedono e che non capisci bene da dove inizino e dove finiscano. Non uno di quegli arcobaleni pallidi che non capisci bene dove inizia un colore e dove ne finisce un altro.

No! Quello di ieri pomeriggio era un arcobaleno bellissimo, che attraversava il cielo con due archi iridescenti paralleli: uno, più basso e più intenso; un altro, meno marcato, più lontano dalla linea dell’orizzonte.
Non so perché, ma nel vedere quell’arcobaleno mi sono venute in mente le parole con cui lo stesso cardinal Martini aveva rotto il lungo periodo di silenzio che si era imposto dopo le sue dimissioni dalla cattedra arcivescovile di Milano.
Nonostante le grandi qualità umane del cardinal Tettamanzi, molti di noi si sentivano un po’ orfani, perché il cardinal Martini era stato il vescovo che ci aveva fatto capire che una cosa seria come la Fede, non è un abito che si indossa e che si toglie in seguito alle cose sensate o alle sciocchezze che sentiamo proclamare dai pulpiti.

E’ stato lui che, non solo ci ha detto di “metterci in ascolto della Parola di Dio”, ma ci ha anche insegnato concretamente in che cosa consistesse questa esperienza di ascolto liberante e vivificante.
Sentivo quindi come un peso il silenzio che si era imposto, dopo essersi trasferito a Gerusalemme: mi mancava la sua parola, mi mancavano le sue riflessioni lucide e profonde, mi mancava la sua testimonianza di una Fede che si dimostrava forte anche di fronte alle difficoltà e che, per questo motivo, non fuggiva dalle difficoltà che avrebbero potuto metterla in crisi.
L’intervista al Giornale del Popolo (un quotidiano svizzero) con cui il cardinal Martini rompeva il suo silenzio era molto “privata”: il cardinal Martini raccontava le sue giornate a Gerusalemme, le ore dedicate allo studio delle lettere paoline e il tempo che finalmente poteva dedicare alla preghiera e, in particolare, alla «preghiera di intercessione».
Tra tutte, una frase mi ha particolarmente colpito: quella in cui Martini si chiedeva se non fosse quello il periodo della sua vita in cui stava servendo meglio la Chiesa e l’umanità.
Ricordo la mia sorpresa nel leggerla: «Ma come! – mi sono detto – Uno come lui che è stato uno dei biblisti più prestigiosi del ventesimo secolo. Uno come lui che ha guidato per più di vent’anni una delle diocesi più importanti del mondo. Uno come lui che potrebbe benissimo diventare papa che dice che, forse, le cose più utili che ha fatto per la Chiesa sono lo studio delle lettere di Paolo e le tante preghiere di intercessione che accompagnano le sue giornate a Gerusalemme».
Poi, però, ho capito e, ancora una volta, sono rimasto ammirato davanti alla fede profonda del cardinal Martini che, ancora una volta, mi insegnava che siamo davvero nelle mani di Dio e che è solo affidandoci a lui che ci abbandoniamo realmente in buone mani.
L’arcobaleno che ho visto ieri su Milano mi è così sembrata la ripetizione di quelle sue parole di tanti anni fa: «Non preoccupatevi! Non abbiate paura. Non sono più con voi e non sentirete più la mia voce, ma da dove sono, continuerò a pensarvi e pregare per ciascuno di voi!».

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