I nostri testi

Lettera aperta ad Alfredo Ormando

APTOPIX ITALY GAY PROTEST

Caro Alfredo,
sono passati dieci anni dal giorno in cui hai scelto di darti fuoco per protestare contro l’atteggiamento della Chiesa Cattolica nei confronti delle persone omosessuali. La notizia del tuo sacrificio venne ripresa dai giornali di tutto il Mondo, mentre il portavoce della sala stampa vaticana si affrettava a precisare che non c’era alcun legame tra il luogo che avevi scelto per morire e la tua presunta omosessualità. Poi è arrivata la lettera che avevi spedito a Repubblica, poco prima di prendere il treno che, da Palermo, ti avrebbe portato a Roma: sapevi che avrebbero fatto di tutto per togliere al tuo gesto qualunque significato che rimandasse alla stessa scelta, fatta esattamente 29 anni prima dallo studente cecoslovacco Jan Palach (che si era dato fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica del suo paese). Loro però, quelli che comandano in Vaticano, hanno preferito chiudersi in un silenzio imbarazzato e, da allora, hanno evitato di affrontare quelle verità che tu, con il tuo gesto, volevi portare all’attenzione di tutti.
Quando, il 20 gennaio sei morto, dal Vaticano non è arrivata nessuna parola: Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori, forse, erano troppo presi dall’udienza che avevano concesso agli artisti di un circo e erano più preoccupati, più ancora che della tua sorte, della sorte di un enorme pitone che, a detta dell’Osservatore Romano, era stato portato al cospetto di Sua Santità!
Da quando te ne sei andato sono cambiate molte cose: il papa di allora non c’è più e al suo posto ne abbiamo un altro che, in alcuni momenti del suo pontificato ha dato l’impressione di essere quasi ossessionato dalle conseguenze nefaste che, a suo dire, può avere l’accettazione delle persone omosessuali nella società. Le parole che ha detto su di noi ti avrebbero sicuramente indignato e offeso, così come hanno indignato e offeso decine di migliaia di omosessuali credenti in tutto il mondo.
Anche i gay italiani sono cambiati. Molti hanno iniziato a scendere in piazza durante i Gay Pride: un mare di persone che, facendosi forti della folla che le circonda, trovava finalmente il coraggio di non nascondere più la propria omosessualità. Altri hanno ripreso a consderarsi dei malati, ammirano profondamente questo nuovo papa (sarà perché quando è bardato di tutto punto per i pontificali assomiglia più a Platinette che al suo predecessore), affermano in continuazione di vivere una continenza che in realtà non praticano e, quando non sono controllati da nessuno, ricercano una promiscuità che, a parole, aborriscono. Come sai non è questo un atteggiamento inedito all’interno della nostra povera Chiesa. Qualcuno ha addirittura cercato di formalizzarlo in quella massima che recita “nisi caste, saltem caute” (“se non puoi essere casto, almeno cerca di vivere la tua trasgressione di nascosto”) e che circola in molti ambienti infestati dalle tonache di seta di certi ecclesiastici alla moda.
Più in generale è cambiata è la nostra società. Si sta diffondendo un clima di paura che provoca una maggiore diffidenza nei confronti delle persone, che, come noi omosessuali, sono diverse: alla solidarietà si sta sostituendo la chiusura, all’accoglienza si sta sostituendo il rifiuto, alla comprensione si sta sostituendo la condanna. Alcuni politici che, non avendo valori propri, non si fanno scrupolo di cavalcare questi sentimenti negativi, strillano contro gli omosessuali che “distruggendo la famiglia distruggono la stessa società occidentale” e non si rendono conto che una società chiusa nei confronti delle diversità è una società avviata verso il declino.
Caro Alfredo! Tu, dieci anni fa, hai deciso di sacrificarti per chiedere alla Chiesa cattolica di aprire finalmente le sue porte alle persone omosessuali. A dieci anni di distanza quelle porte sono rimaste ancora ermeticamente chiuse ed è iniziata una vera e propria offensiva in cui non c’è più nessuna traccia di quella delicatezza e di quel rispetto di cui la Chiesa stessa parlava nel suo catechismo universale alla fine degli anni novanta. Si potrebbe quasi dire che il tuo gesto è stato inutile. Di certo fu un errore, perché, se non ti fossi ucciso in quella triste mattina di gennaio, adesso saresti ancora con noi a chiedere quello che tu speravi di ottenere con un gesto disperato. Ti dico questo perché abbiamo tanto bisogno di persone capaci di vivere senza ipocrisie la loro omosessualità: tra queste ci saresti stato anche tu e il tuo contributo sarebbe stato, di sicuro, importante.
Ho finito, caro Alfredo, questa lettera troppo lunga. Mi raccomando, dal Paradiso, prega per tutti gli omosessuali italiani e, in particolare, per gli omosessuali credenti: chiedi al Signore di dare loro il coraggio di superare qualunque ipocrisia e di chiedere finalmente alla Chiesa di non chiudere le porte in faccia a quell’icona di Cristo che ciascuno di loro rappresenta. Noi, nei prossimi giorni, pregheremo per te e ci raccoglieremo il prossimo 4 aprile per ricordare, insieme a te, le tante vite che l’omofobia ha spezzato.
Tuo in Cristo.

Gianni Geraci

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