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Nell’amore non c’è timore (1Gv 4,18)

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C’è un episodio evangelico che ci fornisce una chiave di lettura particolarmente stimolante di questo versetto. Marco lo colloca subito dopo il primo racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci e lo presenta così: «Subito dopo Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe congedato la folla. Preso commiato, se ne andò sul monte a pregare. Fattosi sera, la barca era in mezzo al mare ed egli era solo a terra. Vedendo i discepoli che si affannavano a remare perché il vento era loro contrario, verso la quarta vigilia della notte, andò incontro a loro, camminando sul mare; e voleva oltrepassarli, ma essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono che fosse un fantasma e gridarono; perché tutti lo videro e ne furono sconvolti» (Mc 6,45-50).
In sostanza, gli apostoli, si trovano di fronte un aspetto di Gesù che non avevano mai preso in considerazione: loro avevano senz’altro conosciuto il figlio del falegname di Nazareth (Mt 13,55); avevano poi conosciuto il maestro che insegnava una dottrina nuova con autorità (Mc 1,27); erano stati testimoni delle tante guarigioni che aveva operato in Galilea; si erano chiesti chi fosse quando avevano visto che alla sua autorità obbedivano anche il vento e la tempesta (Mc 4,41). In quel crescendo di meraviglia e di emozioni forti non pensavano certo di vederselo davanti, in mezzo al mare, mentre camminava sulle acque come un fantasma. Lo dice chiaramente lo stesso autore di Marco quando osserva che i discepoli: «erano enormemente stupiti in se stessi» (Mc 6,51b).
Non è difficile scorgere nei sentimenti che i discepoli provano gli stessi sentimenti che tante persone provano quando si accorgono che una persona a loro vicina, un figlio, un fratello, un amico, un parente, un conoscente stretto, è omosessuale: pensavano di conoscerlo e invece si trovano di fronte a un fantasma che, con la sua immagine, spazza via l’immagine rassicurante che c’era prima. Si tratta di una reazione naturale. Si tratta di una reazione comprensibile. Si tratta di una reazione umanamente giusta se non ci fossero le parole di Gesù che dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mc 6,50).
«Sono io!» dice Gesù, e svelandosi loro con il suo nome e con il suo volto, li aiuta ad accettare ciò che fino a un attimo prima li aveva sconvolti. «Sono io!» dovremmo ripetere anche noi omosessuali, uscendo finalmente dall’armadio dell’ipocrisia e della menzogna e dicendo a chi ci vuole bene che siamo la stessa persona che conoscono da sempre che però ha finalmente deciso di dire la verità.
Nel dire «Sono io!» Gesù ricorda ai suoi discepoli la consuetudine che c’era tra loro, li aiuta a ripensare ai tanti passi fatti insieme sulle strade della Galilea, li riporta ai tanti momenti esaltanti che hanno vissuto con lui e, soprattutto, li rassicura facendo loro capire che il fantasma che pensavano di avere di fronte, in realtà, è qualcuno che vuole il loro bene, che li ama, perché è l’amore, appunto, il vero antidoto di ogni paura come afferma chiaramente l’autore della prima lettera di Giovanni quando sostiene che: «nell’amore non c’è timore» (1Gv 4,18a),  e quando ricorda ai suoi interlocutori che: «Chi ha paura non è perfetto nell’amore!» (1Gv 4,18b).
Ma in cosa consiste questo amore che libera l’uomo dalla paura e che salva il mondo non solo dall’omofobia, ma anche da tutte le altre forme di esclusione che nascono dalla paura.
La risposta la suggerisce Gesù quando va incontro ai suoi discepoli e dice loro: «Coraggio, sono io!».
La risposta la chiarisce l’autore della prima lettera di Giovanni quando chiarisce che la fonte dell’amore che vince la paura non è il nostro cuore, ma è il cuore stesso di Dio che «ci ha amato e ci mandato il suo Figlio». Quel Gesù che si avvicina ai discepoli impauriti dicendo loro: «Coraggio! Sono io, non abbiate paura» è allora la manifestazione tangibile dell’amore con cui Dio ci ha amati.
Avvicinarci agli altri, farci prossimo con loro, questo è il modo in cui possiamo rendere visibile l’amore di Dio, questo il modo in cui possiamo vincere la paura, questo il modo in cui possiamo sconfiggere definitivamente l’omofobia.
«Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,11) ci ricorda l’autore della prima lettera di Giovanni. E in questo amore non c’è posto per la paura, in questo amore non c’è posto per l’odio, in questo amore non c’è posto per l’omofobia.
«Se uno – leggiamo infatti al termine del capitolo – dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).
Ma per amare qualcuno occorre avvicinarsi a lui, occorre perdere il proprio tempo per conoscerlo e occorre spendere le proprie energie per farci conoscere da lui. Ed è questa la provocazione con cui la Parola di Dio interpella i cristiani quando si trovano di fronte delle persone omosessuali: superare i pregiudizi e le condanne che vengono da una lunga tradizione e accettare di avvicinarsi a loro senza paura, per ascoltare la loro storia e offrirla, con loro, a quel Dio che li ha amati per primo, così come ha amato per primo tutti gli uomini e tutte le donne del mondo.
E nel segno di questo amore che vince la paura vi invitiamo tutti a partecipare alle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia che si svolgeranno anche quest’anno, in tante città d’Italia.
Clicca qui per sapere quando e dove si svolgerà la veglia più vicina a casa tua.

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