I nostri testi

Lettera a Gesù Bambino

pastori

Caro Gesù Bambino!
Così, da piccolo, iniziavano le letterine con cui chiedevo i miei regali di Natale. Una magia strana, quella che mi veniva proposta con quelle lettere, una magia che ancora mi spinge a scriverti una lettera molto diversa da quelle che ti scrivevo quando ancora ero bambino e non avevo dubbi sul fatto che tu leggessi quello che ti scrivevo per soddisfare poi le mie richieste.
Adesso, pur dichiarandomi ‘credente’ ho molti più dubbi sul fatto che tu possa leggere quello che scrivo: non ho più le certezze ingenue di un tempo e, se continuo ad aggrapparmi alla Fede in cui sono cresciuto, non lo faccio tanto per convinzione, quanto perché sento il bisogno di conservare in me la Speranza e di aiutare quelli che incontro a mantenere viva quella stessa Speranza.
Eppure mai come in questo momento vivo in maniera lancinante il dubbio che quella Speranza non abbia senso e che la nostra vita sia veramente soltanto “un pacco postale che l’ostetrico spedisce al becchino”. Ho appena ricevuto un’email in cui uno sconosciuto scrive: “Lo chiedo UFFICIALMENTE in questa lista. Dove trovare la pace vera?” e io, che avrei dovuto senza esitazioni pensare a te (proprio di pace parla infatti l’annuncio degli angeli ai pastori), sono entrato in crisi e mi sono chiesto: “Ma stiamo andando verso qualche cosa, oppure vaghiamo nel buio in attesa del momento in cui ci accasceremo sfiniti?”. Caro Gesù Bambino, lo vedi in che casino ci siamo cacciati quando abbiamo voluto aprire gli occhi e vedere le cose per quello che sono e non per quello che gli altri ci hanno raccontato! Eppure sei stato tu che ci hai insegnato a usare il dono della nostra intelligenza.
Mi viene in mente il brano di Isaia che di solito si legge a Natale: “Un popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce!”. Non posso non considerare il fatto che questa grande luce io attualmente non riesco a vederla e ho netta la sensazione di camminare nelle tenebre più fitte di una vita in cui diventa difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è; una vita in cui la menzogna ha più voce della verità, alimentata com’è dai soldi e dal potere; una vita in cui le mie contraddizioni fanno il paio con le contraddizioni di una civiltà (la nostra) in cui si parla di diritti dell’uomo e si costruiscono questi stessi diritti sulla miseria di tanti uomini che non hanno più diritti.
Abbiamo bisogno di luce! Di luce autentica, una luce capace di farci finalmente riposare come la luce dell’Oreb, quando Pietro dice al Signore: “Fermiamoci qui, piantiamo tre tende e non andiamo più via!”. La luce che si è accesa nel cuore dei discepoli di Emmaus, una luce intima e splendente nello stesso tempo, capace di dare un senso alle contraddizioni in cui viviamo, accettandole con la tranquillità del salmista che dice: “Non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze!”.
Abbiamo bisogno di luce e, più ci agitiamo per cercarla, più intorpidiamo le acque in cui siamo immersi e ci allontaniamo da essa. Abbiamo bisogno di luce, ma, se ci pensiamo bene, anche in questo nostro disperato bisogno di luce, siamo contraddittori e incostanti: l’immagine del Buddha, l’illuminato per eccellenza, che sta fermo anni e anni sotto un albero in attesa della sua illuminazione è un paradigma che ci permette di vedere l’abisso profondo che c’è tra il nostro desiderio di pienezza e di autenticità e la nostra capacità di vivere inseguendo questo desiderio. Spuntano ogni istante i tanti ‘idoli’ che ci spingono a dimenticare il nostro bisogno autentico di luce e, se ci pensiamo bene, sono forse questi stessi idoli che ci salvano dalla pazzia e che ci permettono di tirare comunque avanti.
Il mondo ha bisogno di luce, la stessa grande luce profetizzata da Isaia; la stessa luce che, come dice Giovanni, è venuta nel mondo, ma non è stata accolta dalle tenebre; quella stessa luce che cerchiamo disperatamente per trovare finalmente un po’ di calore e un po’ di pace.
Il mondo ha bisogno di luce e il Vangelo ci dice che quella luce siamo proprio noi. “Voi siete la luce del mondo” dici infatti ai tuoi discepoli quando li esorti a non avere paura e a scommettere sulla tua amicizia e sulla tua vicinanza, prima di lasciarli da soli con la responsabilità di dare una risposta a un mondo che cerca la luce.
Il mondo ha bisogno di luce, ma questa luce manca, perché noi l’abbiamo soffocata con le nostre ipocrisie, con i continui compromessi con il potere, con le mille luci artificiali che ipnotizzano le persone e che permettono di dominarle e di far dimenticare loro il bisogno di luce autentica che hanno dentro, quella luce che tu vuoi mandare loro attraverso di noi.
E qui è il punto, carissimo Gesù: noi cristiani non siamo più capaci di portare la luce, perché professiamo una Fede in cui non crediamo davvero, perché indichiamo una Speranza su cui noi per primi non siamo disposti a scommettere, perché chiamiamo con il nome di ‘Carità’ la realizzazione dei nostri progetti, la soddisfazione dei nostri desideri, il superamento dei nostri sensi di colpa.
Ecco dove sta il problema! Abbiamo trasformato il Natale in una festa dei buoni sentimenti, una festa in cui ci si chiude al caldo per stare bene e non ci rendiamo conto che proprio il Natale ricorda il fatto che qualcuno è uscito da casa sua, si è avventurato al freddo e ha cercato di guardare negli occhi la nostra infelicità per farla definitivamente sua. Ci abbuffiamo fino alla nausea, ci strofiniamo gli uni con gli altri fino allo sfinimento, di riversiamo addosso barili di melassa e così dimentichiamo le sofferenze di chi è escluso dalle nostre feste.
Un omosessuale queste cose, spesso, le conosce bene, perché molto spesso si trova, a Natale, proprio da solo: escluso dai rapporti a cui tiene veramente e immerso in un clima in cui si sente estraneo. Sta intorno a una tavola imbandita e illuminata, ma il suo cuore è immerso nella tristezza ed è magari lontano migliaia di chilometri. Sorride, ma dentro di sé soffre la solitudine di chi non può parlare tranquillamente di se stesso. Brinda e fa gli auguri, ma dentro si chiede che senso abbiano quegli auguri fatti da persone che non lo conoscono, se non in apparenza. Vive in compagnia la propria solitudine e si rende conto che quella stessa solitudine non è meno crudele di quella di chi è veramente solo in una stanza buia.
Un omosessuale queste cose le conosce meglio, ma proprio per questo motivo, un omosessuale è chiamato a fare il salto di qualità e a diventare per primo un portatore di luce, di quella luce che tu hai affidato ai suoi discepoli (“Voi siete la luce del mondo!”), di quella stessa luce di cui parla Isaia nella liturgia di questa notte (“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”). Dovremmo finalmente guardarci intorno e mettere da parte i nostri problemi per fare nostri i problemi delle persone che ci stanno intorno, dovremmo diventare capaci di gesti di solidarietà capaci di far dire a quanti ci osservano: “Come si vede che è un pregiudizio infondato quello di chi parla di queste persone come di persone incapaci di amare e di vivere un amore autentico”. Dovremmo riempire con la nostra solitudine la solitudine di chi è più solo di noi, dovremmo soccorrere con la nostra povertà la povertà di chi è più povero di noi, dovremmo portare la nostra solidarietà di persone che troppo spesso vengono indicate come portatrici di disvalori e mostrare così che anche noi omosessuali siamo portatori di valori importanti.
“Il mondo ha bisogno di luce!” proprio perché la grande luce annunciata da Isaia ancora non si vede.
“Il mondo ha bisogno di luce!” e noi siamo chiamati a portare la tua luce a tutti dimostrando che i pregiudizi di chi crede di poter decidere chi può e chi non può testimoniare il tuo Vangelo, non hanno fondamento.
“Il mondo ha bisogno di luce!”, ma quando vediamo le persone rifiutarci per la nostra omosessualità e dire che la nostra stessa esistenza è il risultato di un complotto o un attentato al benessere dell’umanità, ci sentiamo così soli che rischiamo di abbandonare il compito che tu ci hai affidato di essere portatori di luce.
“Il mondo ha bisogno di luce!” e noi siamo quella luce: la nostra luce è debole, ma nelle tenebre la si vede anche da lontano e, quando la nostra debole luce si sarà incontrata con la luce dei tanti che avranno scelto di tenere accesa la loro luce a dispetto delle tenebre, allora, forse, la grande luce annunciata da Isaia illuminerà il mondo e, forse, avrà finalmente senso augurarci un buon Natale.

Gianni Geraci

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